Big Eyes: Tim Burton celebra Margaret Keane

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Sempre più spesso il Cinema incontra l’Arte, raccontandoci storie di artisti maledetti (Caravaggio di Goffredo Alessandrini o Maureen Murphy), incompresi (il Vermeer della Ragazza con l’orecchino di Perla), ribelli (Frida Kahlo di Julie Taymor): stavolta tocca al creatore di Edward Mani di Forbice e John Skeletron ritrovare le sue stesse inquiteduni nei volti spauriti e funerei di una pittrice outsider dell’America anni Cinquanta

Chi è Margaret Keane

Nata a Nashville in Tennessee nel 1927, Margaret D.H. Keane si appassiona fin da bambina alla pittura, riscuotendo un subito successo a livello popolare, mentre la critica accademica tende ad etichettare la sua produzione come manifestazione estemporanea non sostenuta da un’adeguata preparazione storico-critica nè attivamente impegnata in senso propositivo: si schiera invece dalla sua un altro outsider di quella metà secolo, Andy Warhol, che avrà a dichiarare “se le opere di Margaret non fossero di buon livello, non piacerebbero a così tante persone“. 

All’alba dei Sixties, mentre lo stesso Warhol spopola con le sue riproduzioni seriali delle icone della contemporaneità, Margaret Keane, già separata dal violento Frank Ulbrich, da cui ha una bambina, ed ora moglie di Walter Keine, riempie le sue tele di soggetti inquietanti, apparentemente uniformi nella loro melanconica fissità, eppur così dissimili nella differente caratterizzazione del sentimento che manifestano le loro orbite enormi, spalancate sull’abisso della solitudine. Ad esse Margaret affida la più intima rappresentazione del sè, di un’esistenza segnata dalla sopressione, dal tradimento e dall’abbandono: dopo averla sedotta, Walter la obbliga infatti a cedergli la paternità delle sue ormai apprezzatissme opere e attraverso un accuratissimo sistema promozionale conquista una fama internazionale, stringendo relazioni con le star hollywoodiane e partecipando assiduamente ai principali talk-show dell’epoca.

Nel marzo del 1965, ormai trasferitasi alle Hawaii, Margaret Keine riesce finalmente a divorziare da Walter, ma l’autorialità della sua strabiliante produzione le sarà riconosciuta solamente vent’anni dopo: nel 1970, moglie per la terza volta (con il giornalista sportivo Dan McGuire), Margaret annuncia pubblicamente di essere l’autrice dei lavori durante una trasmissione radiofonica. Walter Keine non esita allora ad intentare una battaglia legale, risolta nel 1986 dopo un duello tribunalizio a colpi di pennelli, durante il quale Margaret realizza speditamente uno dei suoi riconoscibilissimi ritratti, che l’ex-marito continuava a ribadire essere di propria mano; l’impossibilità di Keane di ripetere l’opera – come scusante alla sua reticenza accusa un improvviso dolore alla spalla, senza però essere creduto – determina la sentenza finale a favore di Margaret.

Negli anni Novanta, mentre continua a dipingere abbandonando però gli inizali toni cupi per lasciare spazio ad uno stile più luminoso e sereno, Margaret Keane avvia la Keane Eyes Gallery (1992) e continua ad esporre nei principali musei e presso le più prestigiose gallerie di tutto il mondo, dal Contemporary Museum of Art delle Hawaii (dove tuttora risiede) al National Museum of Western Art di Tokyo, dal Laguna Art Museum di Laguna Beach al Triton Museum di San Josè.

La Margaret Keane di Burton

Per interpretare al meglio l’ormai ottuagenaria pittrice, Amy Adams ha voluto conoscere di persona Margaret Keane, la quale, inizialmente restia all’impresa, ha poi dichiarato: «Divento nervosa quando qualcuno mi guarda dipingere, ma Amy voleva vedermi lavorare, ed è riuscita a mettermi a mio agio. È una persona molto semplice e corretta. La prima volta che l’ho vista con la parrucca bionda sono rimasta scioccata: è stato come trovarmi davanti a me stessa, cinquant’anni fa».

Accanto ad Amy Adams, nomination per questo ruolo come Miglior attrice ai Golden Globe 2015, Tim Burton, dopo gli iniziali rifiuti di Thomas Haden Church e Ryan Reynolds, ha voluto Christoph Waltz nella parte del diabolico marito Walter.

Dispiace l’impossibilità di godere dell’iniziale progetto registico con conduzione delle riprese su pellicola 35mm, che avrebbe contribuito a conferire all’insieme una particolare suggestione; dopo la chiusura del laboratorio Vancouver Deluze Tim Burton, affiancato dagli ormai fedeli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewsk, ha infatti dovuto dirottare, anche per questioni di budget, su una più economica, ma anche meno partecipata ripresa in digitale.

 

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Luca Sorrezzi Scritto da:

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